espandi testo Storia dellA VITE e del VINO  di Vincenzo Siragusa

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Storia dellA VITE e del VINO di Vincenzo Siragusa

STORIA DELLA VITE E DEL VITO

Sintesi della ricerca su Internet di V.zo Siragusa

18/2/16

 

Da fonti incerte apprendiamo che la vite selvatica era già presente sul nostro pianeta  50 milioni di anni fa.  Che solo una sua specie è stata resa domestica (Vitis vinifera) e che dall’India si è espansa per tutta l’ Asia attorno a 10 milioni di anni fa, dando inizio alla viticoltura.

Nel periodo neolitico (8000-4500 a. C.) le comunità del Medio Oriente e dell’ Egitto da nomadi si trasformano in stanziali  e si dedicano alla coltivazione delle piante, vite compresa, e all’allevamento del bestiame.

In Italia la vite compare circa 2 milioni di anni fa. Ma Il vero sviluppo della viticoltura e della vinificazione si deve ai Fenici che attorno al 3000 a. C.  ne allargarono la conoscenza  a Egitto, Grecia, Sicilia, Sardegna, Spagna, Germania e Africa settentrionale.  

In Egitto attorno al 2400 a.C. il vino era riservato ai sacerdoti, ad alti funzionari e al re; in Grecia invece, la Bevanda di Dioniso, era  considerata elemento essenziale nella vita sociale.  I greci furono i primi a classificare i vini in bianchi, rossi e mogano e a porre particolare attenzione agli aromi e ad apprezzare molto i vini passiti che rendevano più forti facendone  evaporare l’acqua.

Anche gli Etruschi amavano il vino fortemente aromatico a elevata gradazione alcolica. Il primo mosto veniva consumato subito, il resto lasciato riposare, poteva essere filtrato, trasportato in anfore quindi mescolato con acqua e miele e travasato nelle coppe dei commensali.  Con gli Etruschi il vino entra anche in cucina (il brasato). 

Con i Romani (61-133 d.C.), la viticoltura raggiunse livelli molto elevati; il vino veniva consumato anche in locali pubblici  “Thermopolia”. Le uve venivano pigiate ad opera dei “calcatores”. Da cui, la prima spremitura produceva il mosto vergine, che veniva servito assieme al miele come aperitivo.  Il mosto ottenuto venivano raccolti in grandi vasi; mentre le vinacce andavano al torchio dal quale veniva estratto un mosto tannico con cui si produceva un vino piuttosto scadente per la plebe.

I Romani furono i primi a classificare  i vitigni e distinguere i vini giovani da quelli da invecchiamento, ( il buon Falerno andava bevuto dopo 10 anni, i vini sorrentini invece dopo 25), e con loro comincia una vera  ricerca tecnica per la produzione del vino (polveri di marmo, albume, latte di capra ecc.  venivano usate per l’asprezza e per chiarificarlo.  Prima di berlo veniva annacquato. Bere il vino puro era considerato un atto barbarico. Anche se pare che l’imperatore Tiberio avesse questo vizietto.

Dall’Italia il vino si diffonde in Francia, nella Cote du rhone.

Intanto Attila, il fragello di Dio, invade l’Itaia nel 452 e la viticoltura  passa ai conventi, in quanto il vino è considerato necessario simbolo liturgico.  La produzione vinicola prevedeva tre spremiture e  l’aggiunzione di spezie, erbe, assenzio e per conservarlo veniva bollito : la prima spremitura era per i ricchi, la seconda per il Clero, e la terza acquarella per i poveretti. 

Dopo l’anno mille il vino diventa sinonimo di ricchezza e di prestigio e di qualità, quindi un bene ricercato.  Mentre i Benedettini di tutta Europa si distinguono per la produzione e il consumo di Dom  Perignon in Italia esiste già una produzione di vino di qualità nella varie regioni: i triestini Ribolla e Terlano;  i vini veronesi, i vini liguri, i vini toscani, i moscati e le malvasie.  

Il Rinascimento esalta ancor più la nobile bevanda. Ricchi e poveri apprezzano e consumano vino.  E gli arricchiti investono sulla viticoltura, favorita anche dallo sviluppo di una ampia letteratura dedicata alla vite. Nasce così la carta d’ identità di un vitigno che ne descrive minuziosamente  le caratteristiche. E il vino assume dignità di uno dei personaggi più importanti del banchetto. Mentre la cantina dei signori si arricchisce anche della migliore produzione di altre regioni,  nasce una terminologia per definire i caratteri organolettici e seppur sommariamente, la ricerca di possibili abbinamenti.  Nei menu dell’epoca infatti si delinea una progressione che va dai vini bianchi, ai vini forti per i dessert, passando attraverso i rossi per gli arrosti.

Nella produzione Vitivinicola una menzione particolare merita la Sicilia.

Già nell’ VIII secolo a.C. il consumo e il commercio del vino era fiorente sia dalla parte punica che in quella greca; I coloni greci introducono il vitigno Grecanico, tutt’ora presente e valorizzato.  Nel III sec a. C.  la Sicilia diviene romana e i vini dell’isola arrivano in Gallia.

Nel IX  sec. Giunsero gli Arabi.  La vite da vino viene in qualche maniera sostituita dall’ uva da mensa; e da loro viene introdotto il vitigno Zibibbo per la produzione di uva passa.

Con i Normanni e gli Svevi la viticoltura e la produzione del vino tornano in auge e si accentuano con la dominazione Aragonesi e Spagnoli  (1700).

Sotto il dominio dei Borboni  (1770) John Woodhouse assaggia il Marsala,  e comincia a produrlo;  e per mezzo secolo i produttori del Marsala saranno inglesi (Woodhouse, Ingham, Withaker).  Nel 1773 partono per l’ Inghilterra  20000 litri di Marsala.

Nel 1880 l’invasione della fillossera segnò una battuta d’arresto  e la necessità di ricostruire i vigneti.  La fase purtroppo si prolungò fino agli anni 60. Dopo i quali cominciò la fase di riorganizzazione e il rilancio della viticoltura.  Qualche decennio dopo, grazie all’intelligenza dei produttori, ed anche all’aiuto di bravi enologi esteri, e a nuove tecniche di vinificazione, la Sicilia contribuirà  generosamente a rendere l’Italia produttore leader di vino sia quantitativamente che qualitativamente.  

06/05/2016